Quest’annus horribilis, che finalmente si avvia alla conclusione, ci vedrà, come noto, forzatamente reclusi in casa anche durante le festività. Una condanna particolarmente difficile da accettare perché comminata in assenza di regolare processo e perché ci costringe ad una prigionia che, purtroppo, ci separerà dagli affetti più cari.

Muovendo da quest’amara constatazione potremmo chiederci che cosa possa restituirci un po’ di quella libertà a cui dovremo rinunciare per il bene comune. Personalmente sono convinto che un’utile via di fuga potrebbe esserci fornita, quantomeno per qualche ora, dalla lettura di un buon libro.

Sfogliando un libro possiamo evadere dalle mura domestiche, esplorare mondi nuovi, farci trasportare in coinvolgenti avventure ma anche accrescere il nostro bagaglio culturale approfondendo temi che a lungo, per cronica mancanza di tempo, abbiamo dovuto trascurare.

Mai come quest’anno – soprattutto per gli shiplover un tempo abituati a contemplare infiniti orizzonti d’acqua ed ora costretti a sopportare, “in cattività”, il peso di un tetto sopra la testa -, la strenna natalizia ideale potrebbe essere rappresentata da un volume dedicato, o comunque connesso, alla storia della navigazione intesa nell’accezione più ampia possibile.

Tra le tante, ottime, pubblicazioni in commercio mi permetto di suggerirne alcune che, per ragioni diverse, mi hanno favorevolmente impressionato. I tre autori proposti presentano caratteristiche e sensibilità diverse ma risultano tutti accomunati dalla competenza, dalla professionalità e dall’originalità con cui hanno saputo affrontare i temi trattati.

Per tutti i volumi presentati in calce riporto delle brevissime note biografiche relative all’autore e l’introduzione del libro.

Buona lettura e buone feste.

 

MASSIMO ALFANO

Massimo Alfano, Presidente del Museo Civico Navale di Carmagnola, è un apprezzato storico di marina e pittore navale. La sua trilogia dedicata a Maximilian von Spee, che dovrebbe chiudersi con l’attesa pubblicazione del terzo volume entro il 2021, riesce a creare, con uno stile leggero e scorrevole, un armonico connubio tra storia ed arte avendo l’Autore impreziosito il testo con disegni, tavole e camei di sua produzione.

La Cannoniera e l’Ammiraglio

1914 – Oceano Pacifico. Arcipelago francese delle Isole della Società. Tahiti.

L’ammiraglio Maximilian von Spee attacca l’isola con la sua potente squadra navale. Il tenente di vascello Maxime Destremau la difende con ben poco oltre la propria determinazione. Il governatore di Tahiti vuole arrendersi e consegnare l’Isola ai tedeschi. Quando il potere politico si muove contro il bene del paese è lecito opporsi e agire contro le sue direttive ?

Difficilmente nel 1914 si sarebbe detto che Maxime Destremau, messo alla prova in circostanze estreme e lontane dal suo orientamento, avrebbe dimostrato di possedere quelle doti di fantasia e intuito strategico tipiche di un grande condottiero. Una singolare situazione metterà in relazione il destino di questo ufficiale, responsabile della difesa di Tahiti, con quella di Maximilian von Spee, comandante della squadra tedesca dell’Asia orientale.

Se da un canto i primi due mesi di guerra rivelano le doti del tenente di vascello francese, dall’altro mettono in luce aspetti del carattere e del pensiero dell’ammiraglio tedesco fondamentali per una completa comprensione di quanto avverrà nelle successive e più note battaglia di Coronel e delle isole Falklands.

Nella sua lunga crociera l’ammiraglio von Spee si confronterà e fonderà il proprio destino con quello di tre uomini: Maxime Destremau, sir Christopher Cradock, sir Frederick Doveton Sturdee. Destremau e von Spee esprimono coerentemente la linearità del puro spirito militare.

Erano in guerra e intendevano agire in ogni luogo fosse loro toccato e con ogni materiale si trovasse a loro disposizione, senza compromessi. Erano due brillanti avversari. Ma in questa storia compare anche un terzo elemento: William Fawtier.

In qualità di governatore di Tahiti, rese palese quanto potesse diventare viscerale la lotta tra il potere politico e il potere militare all’interno di un medesimo stato e dimostrò quanto gli obiettivi dei due poteri possano divergere anche in presenza di una condizione di guerra.

Il governatore era animato da una fondamentale diffidenza nei confronti dei militari, considerava l’organizzazione della difesa come un fardello economico da ridurre ai minimi termini e riteneva la resa prima della sconfitta come una soluzione praticabile.

Destremau e Fawtier Divennero due assoluti nemici. Nel settembre 1914 il volano che muoverà l’immenso tritacarne del primo conflitto mondiale compiva i suoi primi, lenti, giri raggiungendo anche il panorama idilliaco di un’isola polinesiana.

Nella capitale di Tahiti, Papeete, l’incanto floreale arretrò, lasciando spazio al rumore della guerra. Per un breve momento.

Due gentiluomini

Secondo capitolo della trilogia iniziata con “La cannoniera e l’ammiraglio”.

Come due cavalieri medievali in torneo si misuravano in abilità e coraggio per l’onore e la gloria delle proprie casate così due gentiluomini di mare [Maximilian von Spee e Sir Christopher Cradock n.d.r.] condussero le loro squadre navali a battersi per la formazione delle rispettive nazioni.

Appartenevano a due mondi fisicamente vicini, rispettavano il medesimo codice etico, eppure esprimevano l’arte del comando secondo modalità molto lontane. Si batterono il 1 novembre 1914.

Il 1914 cancellò lo spirito vittoriano. Quell’anno rese palese e dimostrò in modo inoppugnabile una realtà sbalorditiva. La grande Marina che aveva riempito di orgoglio l’animo degli inglesi al tempo della regina Vittoria e che continuava a celebrare i suoi fasti nel regno di Giorgio V era una costruzione splendida ma sembrava essere divenuta fragile.

Si scoprì che la vittoria non era dovuta in quanto britannici, non veniva ottenuta per la raffinata eleganza che si esprimeva né era il provento di un semplice e nelsoniano coraggio.

La vittoria richiedeva competenza tecnica, tattica aggiornata e mezzi adeguati. Lo aveva sempre richiesto in realtà, ma generazioni di pax britannica ne avevano gradualmente offuscato la percezione.

Alcuni alti ufficiali si destarono dal torpore riconoscendo la necessità di un cambiamento mentre altri si ritrassero cristallizzando la loro prassi in tradizione, forma, regolamento.

Sir Christopher Cradock innalzava i limiti della perfezione formale ed era appassionato interprete della più nobile tradizione navale inglese. La profonda dualità che si esprimeva dall’inizio del secolo nella Royal Navy, la lotta tra innovatori e tradizionalisti, viene soverchiata da una voce esterna che si impose su tutto soggiogando alle proprie visioni l’una e l’altra tendenza.

Quella voce non apparteneva alla Marina eppure vi penetrò nei più minuti anditi e programmò, influenzò e deliberò togliendo ogni possibilità di azione a chi ne aveva da sempre avuto la prerogativa.

Era la voce di un politico, era il giovane Winston Churchill che imponeva la propria visione strategica. Il 1914 mise in evidenza e comprovò la qualità della Kaiserliche Marine.

A Londra ne erano stati seguiti con apprensione i rapidissimi piani di crescita ma se il dato numerico era palese, molto restava da indagare su quanto tecnica ed equipaggi potessero avvicinarsi all’apparentemente intangibile superiorità britannica.

Entrò in gioco un uomo che per le sue doti personali contribuì come pochissimi altri a realizzare la realtà e a porre le basi del mito dell’efficienza e dell’organizzazione tedesca.

Maximilian von Spee univa alla limpidezza di un pensiero kantiano una modernità di approccio ai problemi e una temperanza umana che lo proiettavano nel futuro.

La guerra, iniziata da poche settimane, non aveva acceso odio tra i marinai dell’una e dell’altra parte. Fino all’estate di quell’anno equipaggi tedeschi e inglesi avevano giocato a football gli uni contro gli altri, erano state organizzate le classiche gare di tiro alla fune e molte altre competizioni.

Immense, sorprendenti bevute di birra avevano accomunato i marinai delle due bandiere rendendoli tutti comunemente attenti a non mettersi in evidenza con gli ufficiali dopo qualche boccale di troppo.

Si andava avanti così da anni. In quella remota porzione di mondo che era l’oceano Pacifico c’era vicinanza umana. La distinzione basilare andava a collocarsi tra europei e indigeni.

I primi collaboravano tra loro e mantenevano abitualmente ottimi rapporti, favoriti in quell’agire dal numero esiguo, dalla mancanza di contiguità e dall’essere sempre circondati dai secondi.

I marinai, in modo particolare, erano sempre pronti ad aiutare qualunque colonia senza badare alla nazione di appartenenza. La guerra li sorprese, senza riuscire a renderli altro che avversari, concorrenti per qualcosa di astratto chiamato vittoria.

Il trofeo non aveva ancora reso palese su cosa si reggeva.

 

VINCENZO MELECA

Avvocato giuslavorista e giornalista pubblicista oltre che appassionato cultore di storia militare, ha saputo trarre, dalla propria vocazione per i viaggi e l’avventura, due interessanti volumi che si segnalano non solo per i temi affrontati, poco noti al grande pubblico, ma anche per l’originale scelta stilistica che vede, nell’opera “I racconti delle navi morte”, le stesse navi dialogare con l’Autore a cui raccontano, non senza un pizzico di nostalgia, la loro “vita”.

Storie di uomini, di navi e di guerra nel Mar delle Dahlak

Affascinato dal libro di Gianni Roghi, Dahlak, sono oramai 20 anni che vado esplorando questo arcipelago ancora poco conosciuto del Mar Rosso meridionale.

Delle oltre 200 isole, ne ho calcato le spiagge e le rocce di almeno di una quarantina, sempre colpito dalla bellezza selvaggia di queste perle assolate e deserte, immersi in un mare ricco di coralli, di pesci e di storia.

Proprio così, di storia e di tanta storia italiana. E di questa storia ne racconterò alcuni brandelli, quelli che mi hanno colpito maggiormente e che, nel tempo, sono stati oggetto di alcuni miei articoli e saggi, che ho pensato di rielaborare per dare loro una veste diversa e più completa.

L’arcipelago delle isole Dahlak è situato nel bel mezzo del Mar Rosso meridionale, più una sorta di barriera a proteggere Massaua e la costa dancala che non un ponte tra l’Africa e la penisola araba.

Compreso grosso modo tra i paralleli 16°35’N a nord e 15°15’N a sud, ed i meridiani 38°25’E a occidente e 40°30’E a oriente, l’arcipelago è costituito da una miriade di piccole isole sabbiose, poco più di banchi corallini appena affioranti sopra il pelo dell’acqua, e da qualche isola più grande, dove i coralli fossili si sono trasformati in tavolati di roccia arida e tagliente.

In nessuna delle oltre 200 isole vi è acqua potabile, eppure in cinque di esse vi sono alcuni piccoli villaggi dove poche centinaia di pescatori e loro familiari, per lo più Afar, ma anche Rashaida in un paio di isole, riescono a sopravvivere.

Anche un certo numero di militari italiani vi vissero nell’arco di una trentina di anni, grosso modo tra la guerra Italo-turca del 1911 e la Seconda guerra mondiale, prestando servizio nelle batterie costiere piazzate sulle isole ritenute più idonee a protezione della base navale di Massaua oppure nella piccola base navale di Nokra.

Quelle che seguono sono alcune delle storie dei nostri uomini e delle nostre navi nel Mar delle Dahlak.

I racconti delle navi morte

I relitti delle navi mi hanno sempre affascinato. So bene che il loro fascino attrae schiere sempre maggiori di appassionati subacquei, ma questo riguarda le migliaia e migliaia di relitti che giacciono in fondo ai mari e, perché no, ai laghi e persino i grandi fiumi, come, ad esempio, nel caso del Welf, di cui ho narrato la storia in un articolo, che si trova da 150 anni nel fiume Giuba, in Somalia.

Ma questi relitti non attraggono soltanto appassionati:  attraggono anche ricercatori storici, che hanno fatto nascere una vera e propria disciplina scientifica, l’archeologia subacquea – di cui non possono ricordare uno dei primi pionieri, Gianni Roghi e la sua scoperta del relitto di una nave romana a Spargi, nel 1958 -;un intero settore divulgativo, con valanghe di articoli, libri e filmati che hanno reso famosi alcuni scienziati (si pensi a Robert Ballard, con le sue ricerche di relitti famosi come il Titanic, la Bismarck, il Lusitania e la York Town) e scrittori (come Clive Cussler e le avventure della sua N.U.M.A.).

E qualche relitto attrae qualche volta persino dei criminali , come per il relitto della Laura C, depredato per anni del suo carico di munizioni ed esplosivi. Nel mio caso, però, i relitti – o, in qualche caso, quel poco che ne resta – sono quasi tutti ben visibili, perché semiemersi o addirittura completamente emersi, talvolta a centinaia di metri dal mare, come nel caso dell’Eduard Bohlen, o persino a diversi chilometri dall’acqua, come i battelli del lago Aral.

Ho avuto la fortuna di viaggiare parecchio e, in giro per il mondo, i relitti ben visibili ne ho visti parecchi: relitti recenti e meno recenti, di navi grandi e di navi piccole, di navi passeggeri e di navi militari.

E ogni volta mi sono soffermato a pensare quale fosse stata la loro storia o, meglio, quale fosse stata la loro vita.

Eh, sì: perché, secondo me, le navi hanno una specie di anima e quindi sono, a modo loro, vive, come vive sono, sempre “sui generis” , le loro anime che sono rimaste “vicine” o “dentro” ai relitti…

In più di un’occasione mi sono seduto sulla spiaggia o sugli scogli o dovunque vi fossero i loro resti e sono rimasto ad ascoltare i loro racconti, qualche volta molto esaurienti e dettagliati, qualche volta, invece molto scarsi di informazioni, probabilmente perché i relitti avevano perso la memoria o per i traumi subiti o per la vecchiaia…

Di sicuro, comunque, non sarei riuscito a rendere bene la narrazione degli eventi se non mi avessero supportato alcune persone che non posso non citare, come Paola Surano, per i suoi suggerimenti e le frequenti bacchettate sulle dita per gli errori (“orrori”) di scrittura.

Francesco de Domenico, per l’incoraggiamento a proseguire il lavoro con l’inusuale forma da me scelta; Giovanni Camici, Carlo Gatti, Filippo Labate, Angelo Laganà e Bruno Malatesta, per avermi concesso di utilizzare le loro significative e splendide fotografie; Giovanni Arena e Andrea Bonetta per la collaborazione nella ricerca di documentazione negli archivi rispettivamente della Capitaneria di porto di Roccella Ionica e della compagnia di navigazione Italia Marittima.

A loro un grande grazie! Ecco adesso, nelle pagine seguenti, quanto ricordo delle conversazioni con le “anime” delle navi

 

FABIO DE NINNO

Questo giovane e promettente storico, assegnista di ricerca e professore a contratto presso il Dipartimento di scienze storiche e dei beni culturali dell’Università di Siena si segnala, con la pubblicazione qui presentata, per la competenza e l’obiettività con cui ha saputo indagare il delicato (e complesso) tema dei rapporti intrattenuti tra i vertici della Regia Marina e il regime Fascista.

Fascisti sul mare – La Marina e gli ammiragli di Mussolini

In un corridoio dell’Accademia navale di Livorno, nella quale generazioni di ufficiali della Marina militare italiana si sono formati, è posta una targa con inciso il messaggio inviato agli equipaggi dal comandante della flotta, ammiraglio Carlo Bergamini, l’8 settembre del 1943. Nel testo si ordinava agli ufficiali e ai marinai di compiere il loro dovere, consegnando la flotta, in adempienza alle clausole dell’armistizio appena raggiunto con gli anglo-americani, a quel nemico che avevano combattuto nei trentanove mesi di guerra cominciati il 10 giugno 1940. Il messaggio sottolineava anche che: Non era questa la via immaginata. Ma questa via dobbiamo noi prendere ora senza esitare, perché ciò che conta nella storia dei popoli non sono i sogni e le speranze e le negazioni della realtà, ma la coscienza del dovere compiuto fino in fondo, costi quel che costi.

In quei tragici momenti, la memoria di Bergamini, che sarebbe morto il giorno dopo nell’affondamento della corazzata Roma, era tornata all’esaltante ventennio precedente la guerra (1919-1940), durante il quale la Regia Marina visse la sua fase di maggiore grandezza e la sua élite coltivò il sogno di trasformarla in grande strumento di potenza imperiale. Si trattò di un progetto che risaliva al periodo liberale, ma che trovò una possibilità di realizzazione solo negli anni della dittatura fascista. Perciò, nella relazione con il regime vanno rintracciate le cause dei tragici momenti che la Regia Marina si trovò a vivere nel secondo conflitto mondiale.

Gli studi storici sul fascismo hanno alle spalle una lunga evoluzione e diverse interpretazioni, a cominciare da quella di Renzo De Felice, che escluse una conquista totale della società italiana da parte del regime, rigettando l’ipotesi che il fascismo fosse un regime totalitario. Il punto di vista di De Felice era stato influenzato da Alberto Aquarone, il quale era giunto alla conclusione che, sotto il fascismo, lo Stato «rimase fino all’ultimo […] dinastico e cattolico, quindi non totalitario in senso fascista».

Anche a seguito dei dibattiti degli anni Settanta-Ottanta la ricerca ha però rivisto la capacità del regime di penetrare nel paese, mettendone in luce la complessità della costituzione materiale, ed anche sottolineando l’influenza del partito come strumento di mediazione sociale e di rappresentanza politica. Per Emilio Gentile, il fascismo conquistò il potere «per organizzare in modo totalitario la società, subordinandola al partito unico e integrandola nello stato». Per Enzo Collotti, il decennio 1929-1939 fu interamente occupato dal tentativo di «introiettare lo spirito totalitario nelle masse», come presupposto dei suoi progetti politici ed espansionistici.

Molte storie del fascismo hanno arricchito questa prospettiva, affermando l’effettiva capacità del regime di conquistare sempre maggiori spazi nella società italiana, anche integrando le classi dirigenti tradizionali nel suo progetto politico, tanto che per Alberto De Bernardi «si ritrovarono invece coinvolte e in parte travolte dalla volontà del fascismo di costruire uno ‘stato forte’ di matrice totalitaria».

Nel caso della storia delle forze armate, il decano degli storici militari italiani, Giorgio Rochat, nel suo celebre volume del 1967 aveva già messo in evidenza la capacità dei gruppi dirigenti dell’esercito di costruire un compromesso politico con il fascismo. Nonostante questo, il problema dei rapporti con il regime è più di una volta passato in sordina, essendo le forze armate identificate come centri di potere autonomi legati quasi esclusivamente alla monarchia. De Felice sostenne che il legame delle forze armate con il fascismo «deve essere visto in sostanziale parallelismo col rapporto Vittorio Emanuele-Mussolini», con il primo che fornì una sorta di scudo dietro il quale esse si ripararono per non «trovarsi esposte senza alcuna copertura dall’invadenza del fascismo».

Anche altri studiosi che hanno riconosciuto la dinamica totalitarizzante del fascismo, parlando degli apparati militari, li hanno descritti come «solo parzialmente fascistizzati, […] mantennero sempre un alto grado di fedeltà alla corona». Semmai, un legame con il fascismo si riconosce solo nel caso dell’aviazione, considerata uno spazio distinto «da quelli tradizionali e monarchici (l’esercito e la marina)». Oppure si parla dell’accordo tra militari e fascismo identificato da Rochat, estendendolo genericamente a tutto il periodo della dittatura; questo nonostante lo stesso Rochat abbia messo in guardia dal considerare definitivo quanto da lui scritto nel saggio in questione.

Il problema dei rapporti tra fascismo, forze armate ed élites che le guidavano riveste assoluta importanza per un regime che riteneva la politica estera, e soprattutto la guerra, il banco di prova della sua politica. Al riguardo, Gentile fornisce uno spunto interessante sostenendo che nei rapporti tra istituzioni militari e fascismo il problema del «compromesso/alleanza» va analizzato in complementarità con quello della «compromissione».

In effetti, storici militari più attenti ai problemi del rapporto tra politica e forze armate avevano già intuito l’importanza di analizzare le cose in questo ordine per comprendere quanto il regime avesse convinto e fascistizzato le forze armate – tradizionalmente legate alla monarchia – e quanto invece l’istituzione militare avesse autonomamente e consapevolmente aderito alla propaganda, alle ambizioni imperiali e belliciste, e in ultima analisi all’impreparazione del regime per il tipo di guerra mondiale che Mussolini e Hitler erano andati scatenando.

Per rintracciare le origini della sconfitta della marina, la politica di questa istituzione va pertanto analizzata in relazione allo sviluppo del regime. Nel suo ultimo saggio, dedicato alle guerre fasciste del periodo 1935-1943, Rochat ci ha nuovamente ricordato il grande lavoro che resta ancora da fare per comprendere in che modo funzionavano effettivamente i rapporti tra Mussolini e i suoi generali: «rimane da vedere come si articolasse in concreto questa divisione di ruoli nella determinazione della politica militare fascista».

Infine, John Gooch, che quel rapporto ha analizzato in relazione alla politica estera, ha evidenziato l’importanza delle specificità delle varie istituzioni nel relazionarsi con il fascismo, cosa che «affrontarono con differenti gradi di entusiasmo e che fu profondamente affetta dalla concezione che il loro leader aveva di esse e di se stesso».

Fino ad ora queste problematiche sono comparse poco o nulla nei volumi sulla Marina di Mussolini, anche per un’orgogliosa chiusura degli studi navali italiani, secondo cui i rapporti tra regime e marina furono «labili» e l’unico appellativo attribuibile a quest’ultima è «Regia», per il suo stretto legame con la monarchia. Da questa chiusura, poi, è derivata anche l’immagine di una marina «apolitica» negli anni del fascismo, che ha riscosso successo in qualche studio internazionale.

Un’immagine suggestiva, ma che secondo Rochat non convince del tutto: studiare la marina non è facile per la sua orgogliosa chiusura, un club elitario secondo i suoi critici. Una separatezza che si trova anche nella pregevole attività dell’Ufficio storico della marina e negli studi di autorevoli autori come Gabriele, Giorgerini, Santoni, Ferrante, Mattesini e altri che uniscono livello scientifico e capacità critica a un forte spirito di corpo.

Quindi abbiamo una buona informazione sulla marina, ma rimane aperto il problema del suo inserimento in un discorso complessivo sulla politica militare nazionale. Quale ruolo aveva la marina? Al riguardo, due aspetti più di tutti sono rilevanti. Il primo è la visione geopolitica sviluppata dall’istituzione che, secondo MacGregor Knox, costituì una delle basi delle ambizioni del fascismo, in quanto «Mussolini fin dal 1919-20 aveva prestato orecchio alle lamentele e dei nazionalisti e della marina sulla sfortunata posizione geografica in un mare chiuso dell’Italia».

Il secondo, evidenziato dal lavoro di Robert Mallett, è che nella seconda metà degli anni Trenta la politica navale fu programmata da un vertice ormai vicino al fascismo e pronto a seguire le ambizioni del duce: “dal 1935, la rottura con l’occidente che Mussolini aveva anticipato almeno sin dal 1919 era maturata in seguito alla determinazione del dittatore di conquistare l’Etiopia […] l’espansione imperiale nel Mediterraneo e nel Mar Rosso si svilupparono ulteriormente con il rafforzarsi dei legami tra Roma e Berlino e la marina italiana, sotto la guida del suo capo di stato maggiore filo-fascista, Domenico Cavagnari, si espanse di conseguenza”.

Tra la marina e l’espansionismo fascista esistette quindi una stretta correlazione che legò l’istituzione alla politica estera del regime. Nonostante questo, con orgoglioso spirito corporativo, la tesi di Mallett è stata rigettata da alcuni studiosi italiani, i quali l’hanno liquidata pensando che è «meglio perderla che trovarla».
Tale chiusura è tanto meno plausibile se si confronta la storia della marina italiana con quella di altre istituzioni navali.

Negli ultimi anni, studiare le marine ha significato soprattutto porre l’accento sul loro ruolo come strumenti di potenza nazionale che, a partire dall’età dell’imperialismo, pose le élites navali al centro di una relazione che le legava a gruppi politici nazionalisti e imperialisti, la quale definì sia le loro scelte sia lo sviluppo delle istituzioni.

Lo stesso discorso vale anche per le marine del primo dopoguerra, come quella tedesca che, similmente alla Regia Marina, ha mantenuto a lungo la patina di istituzione apolitica i cui leader evitarono di compromettersi col nazismo, occupandosi solo di politica navale. Invece, tale immagine suggestiva, come quella italiana, è stata smentita dagli studi che hanno evidenziato come gli ammiragli tedeschi abbracciarono il nazismo ritenendo che avrebbe permesso di ricostruire la potenza navale tedesca distrutta dalla Grande Guerra, tanto che alla fine per alcuni di essi, in particolare Karl Dönitz, si arrivò ad una vera e propria adesione ideologica.

Negli anni del fascismo la marina è stata oggetto di un’ampia pubblicistica e memorialistica; inoltre l’Ufficio storico della forza armata ha dedicato spazio a storie tecniche dei mezzi e alle operazioni della Seconda guerra mondiale. Tuttavia, a parte il citato volume di Mallett, che però si concentra solo sui cinque anni precedenti il secondo conflitto mondiale, i pochi studi «laici» hanno mantenuto un’impostazione tradizionale di analisi della politica navale senza valutare appieno come la relazione con il regime abbia determinato lo sviluppo dell’istituzione. Invece, del tutto trascurati sono stati gli aspetti sociali di selezione e della vita di ufficiali e marinai.

Scopo di questo volume è pertanto quello di ricostruire lo sviluppo della marina tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, mostrando come l’influenza del regime fascista e la relazione politica che gli ammiragli costruirono con Mussolini siano state decisive nello sviluppo dell’istituzione. Per comprendere appieno chi erano e quali funzioni svolgevano, occorre tenere presente la struttura del ministero della Marina durante il periodo fascista.

Al vertice dell’istituzione stava il ministro, che per buona parte del periodo fascista fu Mussolini (1925-1930, 1933-1943), al quale era sottoposto un sottosegretario di Stato che di fatto esercitava le funzioni di ministro. La struttura ministeriale era centrata su quest’ultimo, che aveva un potere molto forte, specie dopo che – come vedremo in seguito – gli organi collegiali della marina furono svuotati delle loro prerogative, riducendo progressivamente gli spazi di dibattito interno.

Si può osservare la netta divisione nel funzionamento tra le funzioni amministrative e quelle militari. In generale, a capo di tutti i corpi determinanti, fatta eccezione per le direzioni del personale civile e la ragioneria, erano posti ufficiali ammiragli o generali; questi ultimi di solito erano i capi dei corpi tecnici e perciò presiedevano solo le relative direzioni tecniche (costruzioni, armi, sanità e commissariato).

Tra il 1922 e il 1937, 148 persone ricoprirono il grado di contrammiraglio o superiore, mentre quelli mediamente in servizio ogni anno furono 35: questi erano gli ammiragli di Mussolini. Tutti gli ammiragli venivano dal corpo degli ufficiali di vascello, perciò l’istituzione era controllata da poche decine di uomini provenienti dalla stessa casta e formatisi nell’Accademia navale.

Tuttavia, anche nei posti occupati nel vertice esisteva una gerarchia d’importanza, perché – come sottolineava un manuale di organica navale del 1932 – «Arsenali, caserme, batterie, semafori, il reclutamento, l’avanzamento del personale, l’amministrazione debbono avere come unico fine la nave, la flotta, la forza mobile in mare».

In pratica gli ufficiali che comandavano le squadre navali, le divisioni e i dipartimenti marittimi avevano un’importanza maggiore degli altri, costituendo il cuore del gruppo dirigente della marina; a questi andava associato il comandante dell’Accademia navale, un posto molto prestigioso che solitamente precedeva la nomina a capo di stato maggiore.

Al centro di questo nucleo stavano il comandante della flotta e il capo di stato maggiore, al quale spettava il compito di coordinare la preparazione della marina alla guerra. Si formava così una triade – sottosegretario, capo di stato maggiore e comandante della flotta –, al di sotto della quale stavano gli altri esponenti del vertice navale. Infine, esistevano alcuni ufficiali che pur non avendo ancora raggiunto il grado di ammiraglio godevano di significativa autorevolezza, soprattutto nelle elaborazioni geopolitiche e strategiche della marina.


Note

  1. Crediti immagine di copertina https://www.1zoom.me
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