Un “pasticcio” che coinvolge la NATO (con pericolo di implosione), che interessa i programmi di difesa comune avviati e, indirettamente, anche la cantieristica italiana.

Le premesse

Negli ultimi decenni la Marina ellenica, al fine di rafforzare la componente di superficie, ha fatto ampiamente ricorso prima ai surplus della US Navy e successivamente a unità di seconda mano di altri paesi NATO.

Unica eccezione, in questo panorama, fu l’acquisto dalla Francia, negli anni 60/70, di alcune motomissilistiche costiere francesi di nuova costruzione, particolarmente adatte al suo teatro operativo, facendo ricorso ad un sofisticato sistema di pagamenti in clearing (1)(2).

L’unità missilistica P16 Ipoploiarhos Konidis (Κονίδης) ex P53 Kymothoi (Κυμοθόη) – Crediti immagine Marina Greca

La Marina greca ha sempre sofferto la mancanza di stanziamenti adeguati alle proprie necessità di missione ed è sempre stata in bilico nei rapporti con la Turchia, per quanto formale alleata nella NATO, trovandosi adesso nell’urgente necessità di affrontare l’espansionismo Mediterraneo dell’ingombrante vicino il quale costituisce la principale minaccia alla sua integrità territoriale nel Mar Egeo.

Tra il 2010 e il 2013 il budget dedicato alle forze armate elleniche è stato dimezzato, passando da quasi 8 miliardi di euro a poco più di 2 miliardi di euro, mentre allo stesso tempo quello della Turchia è passato da 4 miliardi di dollari a più di 10 miliardi di dollari, per superare, allo stato, i 15 miliardi di dollari.

Mentre la modernizzazione e il mantenimento in efficienza delle FFAA greche sono stati ridotti al minimo, con la sospensione dei principali programmi, le forze armate turche hanno beneficiato di crediti aggiuntivi che ne hanno avviato una sostanziale riforma aprendo un ciclo di modernizzazione.

Queste le ragioni alla base delle molte “voci” che si sono accavallate circa tentativi di rapida acquisizione di unità di seconda mano su mercati esteri – che spaziano dall’Australia alla Germania e più recentemente agli Stati Uniti – da parte della Grecia.

Alcune di queste “voci” erano tuttavia al limite della credibilità, come l’acquisizione di incrociatori Ticonderoga usati o caccia Arleigh Burke delle prime serie, in quest’ultimo caso del tutto contrarie ai programmi della US Navy, e comunque, soprattutto  nel primo caso,  scontrandosi con costi esercizio sproporzionati per le possibilità del paese.

Nell’ambito dei rapporti preferenziali con la Francia si è parlato anche di una possibile cessione delle due fregate antiaeree della classe Cassard e di due fregate stealth della classe La Fayette, opzioni scartate per la fine vita dei Cassard e per le limitate capacità antiaeree e antisom delle La Fayette.

Per assicurare copertura e presenza nelle isole greche dell’Egeo, potenziali bersagli per le forze turche, e stante la necessità di neutralizzare sia la minaccia di superficie che quella aerea turca, numericamente superiore a quella di Atene, la Marina ellenica dovrà inevitabilmente dotarsi di un maggior numero di unità con   capacità di difesa antiaerea.

Tra le aspirazioni delle marina greca rientrava da molti anni il programma di acquisizione di fregate FREMM francesi poi ridimensionato sulla possibile acquisizione di 2+2 Fregate di difesa e di intervento FDI (3), più economiche, sempre nell’ambito di un programma bilaterale con la Francia.

La versione FDI franco-greca, battezzata come Belh@rra, è l’ultimo prodotto di Naval Group, precedentemente nota come DCNS,  proposto come successore delle fregate stealth della classe La Fayette, con il miglioramento di 32 lanciatori verticali, 24 per missili antiaerei Aster 15 e Aster 30, 8 per missili da crociera, e la loro acquisizione sembrava cosa fatta in base alle contingenze del momento.

L’escalation turca nel Mediterraneo degli ultimi mesi, l’aggressiva controversia bilaterale di Ankara nel Mediterraneo orientale al largo delle coste di Cipro, quella più ampia della Libia con reclami sulle acque territoriali, avevano ulteriormente avvicinato Atene e Parigi.

Le aree contese – Crediti BBC

Una situazione con la Turchia che ha portato ad ampliare la portata dell’accordo greco-francese ben al di là della sola vendita di unità navali, un accordo che potrebbe cambiare la situazione non solo nel contesto regionale ma anche a livello internazionale.

Secondo fonti attendibili vicine al Ministero della Difesa ellenico, la Grecia e la Francia hanno lavorato per un accordo, prevedendo che ciascun paese avrebbe operativamente aiutato l’altro in caso di un impegno militare con una terza parte, un  accordo di mutuo supporto che per quanto inserito nell’ambito dell’accordo Belh@rra avrebbe anche conseguenze nell’ ambito della NATO.

Un’accelerazione segnata nell’ottobre 2019 dalla firma di una lettera di intenti fra i ministri della difesa di Grecia e Francia per l’acquisto di due fregate Belh@rra, sancita dalla visita all’Eliseo del Primo Ministro greco,  seguita nel febbraio 2020 dall’annuncio congiunto, ad Atene, di un piano di partenariato strategico tra i due paesi, parte integrante dell’accordo Belh@rra già avviato come previsto, seppur con alcuni negoziati allora in corso per quanto riguardava il costo finale dell’acquisto, i sistemi d’arma incorporati e la partecipazione dell’industria greca al progetto.

L’esibizione di intesa, forse prematura, si era spinta sino alla cerimonia ufficiale del taglio della prima lamiera presso il cantiere Naval Group di Lorient, alla presenza dell’ammiraglio greco Nikolaos Tsounis, quasi a conferma di una trattativa  già conclusa.

Ma i due pronubi non avevano fatto il conto con gli altri invitati e gli sviluppi sono degni di una pochade, in termini francesi …

Malgrado la lettera di intenti, sapendo ovviamente lo stato delle trattative e la natura non vincolante per la parte greca, gli Stati Uniti hanno inviato una risposta formale alla lettera di richiesta per informazioni su prezzi e disponibilità inviata dal Governo Greco per la fornitura di unità.

Una risposta, comprensiva di proposta (fatta trapelare da fonti diplomatiche) che risulterebbe  molto più vantaggiosa, soprattutto più economica, per le esauste casse elleniche, grazie anche alla condivisione dei costi di ricerca e sviluppo che verrebbero coperti in tandem con un una altro “cliente” USA, l’Arabia Saudita;  questo riguarda in parte l’Italia perché evidentemente l’offerta americana riguarda la variante evoluta di LCS elaborata da Fincantieri USA, ed in corso di costruzione per la marina saudita.

Si tratta di unità, sia quella francese sia quella statunitense, di dislocamento  simile (circa 4.000 tonnellate) che devono rispondere a requisiti operativi peculiari, ancor più che molto esigenti.

Se non di “guerra” tra Francia e Stati Uniti per rivendicare la fornitura di fregate della Marina greca, certamente si può parlare di ambiguità greca, giocando su due o più tavoli.

Due tavoli ai massimi livelli, visto che oltre alla “mobilitazione” francese era stata giocata anche quella statunitense, con un accordo con il governo di Atene siglato da Mike Pompeo in persona, per poter disporre di quattro basi per i propri uomini e i propri mezzi: il porto di Alexandropolis, la base aerea di Larissa, quella di Andravida in caso prosegua il progressivo disimpegno da Incirlik,  Souda Bay a Creta per i sommergibili.

Basi e isole nella cui area il governo di Atene ha annunciato la scoperta di un giacimento di gas da 280 miliardi di metri cubi, le cui prospezioni sono state condotte dal consorzio formato da Total, ExxonMobil ed Eni, in grado di assicurare forniture per i prossimi 70 anni: un quadro di gravi tensioni, un nodo geopolitico.

La Turchia ha già inviato navi per perforazioni illegali “al largo”  di Cipro dove il consorzio trinazionale è impegnato, ed Erdogan non esita ad impiegare i suoi droni per disturbare le azioni nell’Egeo, ma è proprio l’area dove gli Usa hanno appena ottenuto il raddoppio della base, con la possibilità di dislocare il doppio degli attuali sommergibili.

Le navi per perforazioni Fatih e Yavuz in navigazione nel Mediterraneo Orientale nel 2019 scortate da unità della Marina Turca – Crediti immagine IHA File Photo

Mentre Mitsotakis era in visita all’Eliseo il Parlamento di Atene aveva ratificato l’accordo militare con gli Usa per le basi, permettendo al segretario di Stato americano Mike Pompeo si stigmatizzare con favore l’aggiornamento in tema di cooperazione e difesa reciproca (MDCA), definendolo base strategica delle relazioni di difesa: “La Grecia è un alleato chiave in seno alla Nato e continuerà a costruire il nostro forte partenariato per promuovere la stabilità nella regione”.

Un messaggio forte indirizzato ad Ankara (ma forse anche a Parigi), che non smette di interferire con le trivellazioni nella ZEE di Cipro ed anche in acque greche ed ha ulteriormente acuito le tensioni, distanziandosi dalla NATO, stipulando l’accordo-provocazione con Al Serraj per le delimitazioni marittime.

Sul quadro generale pesa il filo diretto e solido con gli Usa, che hanno già ceduto alla Grecia alcuni elicotteri OH-58D Kiowa Worrior di seconda mano, attualmente di stanza a Larissa assieme ai droni americani che pattugliano l’Egeo, mentre circola con insistenza anche la voce che alcuni degli F-35A inizialmente destinati alla Turchia e bloccati dal Pentagono dopo la crisi nel Bosforo legata all’acquisto del sistema russo S-400, possano finire in Grecia.

Non dimentichiamo che non solo di fregate ha bisogno la Grecia, che deve pensare anche a rinnovare tutte le FFA, compresa la componente aerea. Dopo aver previsto l’ammodernamento di 84 F-16C/D Block 52+/Block 52 Advanced, di 42 caccia Mirage 2000 e aver acquisito i 70 elicotteri OH-58D Kiowa Worrior dagli americani, la nazione ellenica si trova ad un bivio: programmare, come si dice con insistenza, l’acquisto di alcuni F-35A, probabilmente parte di quelli inizialmente destinati alla Turchia, oppure virare su altri Mirage francesi.

Le conseguenze e lo stallo

Dopo i festeggiamenti nuziali, che hanno visto anche lo spiegamento di una forza aeronavale francese, con la portaerei De Gaulle, nell’ Egeo per esercitazioni congiunte, è giunta notizia, come fulmine a ciel sereno, che l’ accordo è stato “congelato”

Una situazione di scarsissima trasparenza e difficile interpretazione, che è al centro dell’attenzione in Grecia, dopo che, con le citate nozze, si era convinta l’opinione pubblica che il Belh@rra fosse un accordo epocale in grado, grazie alle nuove relazioni greco-francesi, di  migliorare le capacità industriali e  rafforzare ulteriormente significativamente le capacità strategiche della Marina ellenica.

Allo stato non sono state ancora diffuse spiegazioni ufficiali e non esiste una logica (greca) convincente in merito al congelamento o alla cancellazione dell’accordo Belh@rra.

Da parte francese ci si è limitati, attraverso un articolo del quotidiano francese La Tribune, a informare che l’accordo Belh@rra ha inaspettatamente raggiunto uno stallo.

Non hanno neppure convinto, pur avendo una logica tardiva, le motivazioni fatte filtrare su alcuni importanti media greci: è stato affermato che i costi (peraltro ancora in fase di stima e definizione) sono risultati eccessivi e a causa di una revisione del bilancio dello Stato – dovuta ad un verdetto del Consiglio di Stato ellenico – l’accordo non è stato completato.

Altre fonti hanno indicato che i tempi previsti per la consegna e lo spiegamento operativo delle fregate non potevano coprire le esigenze della Grecia, ed abbastanza verosimilmente è stato affermato che il fornitore francese non avrebbe utilizzato adeguatamente l’industria greca per completare il progetto.

Ovviamente l’attendibilità di queste “notizie” è dubbia, al pari di quelle che in precedenza affermavano che la portata, e quindi  il budget, dell’accordo era stata valutata sin dalle sue fasi iniziali e i termini descritti nel comunicato stampa del gruppo francese di febbraio avevano insistito su come  la parte greca avesse un ruolo significativo nel processo di ricerca e sviluppo.

Considerati i fatti per come si sono svolti potrebbe ipotizzarsi, come “fattore X”, un’azione parallela americana-tedesca non potendosi escludere che l’accordo franco-greco sia stato sospeso a causa di un coinvolgimento diretto o indiretto di Stati Uniti e Germania.

Sono infatti circolati rumors su un intervento della stessa cancelliera tedesca Angela Merkel, per evitare un potenziale conflitto militare greco-turco.

Lasciando da parte la tradizionale preferenza greca per i sistemi d’arma costruiti in Germania e negli Stati Uniti quando si tratta di importanti contratti militari e del complesso dell’industria della difesa, ha certamente preoccupato l’impatto di un potenziale patto greco-francese sulla struttura dell’alleanza NATO.

Secondo l’articolo 5 dell’Alleanza:

le Parti convengono che un attacco armato contro uno o più di essi in Europa o Nord America sarà considerato un attacco contro di loro tutti e di conseguenza concordano che, se si verifica un tale attacco armato, ciascuno di essi, nell’esercizio del diritto all’autodifesa individuale o collettiva riconosciuto dall’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, assisteranno la Parte o le Parti così attaccate prendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre Parti, azioni come ritiene necessario, compreso l’uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell’area del Nord Atlantico

Certamente in questo contesto non è stato previsto ciò che dovrebbe accadere nel caso in cui l’attaccante e l’attaccato siano entrambi membri della NATO.
In ogni caso come è stato prospettato se il  patto greco-francese dovesse concretizzarsi minerebbe sostanzialmente la credibilità dell’alleanza e ne evidenzierebbe la struttura libera, insieme alle inefficienze operative e strategiche.

In questo contesto un’interferenza degli Stati Uniti e della Germania – due dei membri fondamentali della NATO – volta ad impedire che ciò accada, risulterebbe altamente plausibile.

Rimane sempre il dubbio di una trattativa condotta al di fuori dei programmi comuni europei (con evidenti minori costi e migliori compensazioni industriali) e di un tentativo di inserimento tedesco, dopo la recente ristrutturazione della cantieristica di superficie.

Caratteristiche della classe Belh@rra

  • Fregata polivalente, in grado di operare isolatamente o nell’ambito di task forces;
  • Ottimizzata per operare in aree ristrette, come quelle tipiche dell’Egeo ed in generale del Mediterraneo orientale;
  • Dotata di sistemi di sorveglianza e scoperta basati radar 3D multifunzione, con antenne stabilizzate o con i sistemi radar a facce piane come nel  caso della  versione ellenica, dispone di  sistemi sonar a scafo e profondità variabile, con possibilità di impiego passivo in tutte le bande di frequenza;
  • Potenziata nell’impiego di difesa aerea, conta su lanciatori verticali con un totale 32 celle, normalmente 24 Aster 15 e Aster 30, 8 missili di crociera SCALP o MdCN (Missile De Croisière Naval) sviluppato da MBDA;
  • Come artiglieria può montare sia cannoni da 76mm che da 127 mm con munizionamento guidato, oltre che di postazioni CIWS (Close-in Weapon System) in funzione anti missili;
  • Sistema di gestione del combattimento multifunzione SETIS, sviluppato da Naval Group;
  • Può essere dotata di elicotteri come di UAV;
  • Può imbarcare due barchini tipo RHIB di diversa lunghezza per missioni di polizia marittima e di supporto per squadre di incursori.

Gian Carlo Poddighe


Note

  1. L’Autore si riferisce alle unità leggere tipo La Combattante II ordinate dalla Grecia nel 1969 ai cantieri Constructions Mécaniques de Normandie di Cherbourg.
  2. Il clearing è un accordo di compensazione dei debiti per le importazioni con i crediti per le esportazioni, pattuito fra due nazioni per evitare o ridurre al minimo i movimenti di valuta.
  3. L’acronimo francese FDI assume il significato di Frégates de défense et d’intervention.
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