Nel 1925 l’Ufficio di Stato Maggiore della Regia Marina diede alle stampe una pubblicazione con lo scopo di fornire al corpo docente italiano uno strumento utile a descrivere e spiegare le premesse, lo svolgimento e le conseguenze della Guerra Marittima nel corso del primo conflitto mondiale.

La copertina dell’opuscolo

L’apparato didattico comprende un piccolo manuale, di una trentina di pagine, e una serie di 84 cartoline che assolvono la funzione di illustrarne i contenuti agli studenti.

Il testo dell’opuscolo, che trascriviamo in calce a questa breve premessa, non è esente da qualche eccesso retorico dovuto all’euforia di una vittoria certamente sofferta.

La necessità di sottolineare l’importante ruolo svolto dalla Regia Marina nel corso della Grande Guerra forse rispondeva anche all’esigenza di riequilibrare, nell’immaginario collettivo, quella tendenza a tributare principalmente ai sacrifici dell’Esercito italiano il merito della vittoria sull’Austria-Ungheria.

Le didascalie delle cartoline pubblicate in calce ai singoli paragrafi corrispondono e riprendono integralmente  quelle originali.

“LA PARTECIPAZIONE DELLA MARINA ITALIANA NELLA GUERRA MONDIALE 1915-1918

Lo scopo essenziale della guerra navale si sintetizza nella seguente proposizione; mantenere il proprio traffico marittimo e distruggere il traffico nemico. Ciò si può ottenere con due mezzi: eliminazione delle forze navali avversarie, od immobilizzazione di esse in uno specchio d’acqua limitato.
L’Italia nella sua ultima guerra per mare ha saputo raggiungere lo scopo ed ha vinto; ma l’intensa applicazione dei mezzi le è costata inauditi sacrifici, compiuti con eroico animo, dei quali è difficile formarsi una idea concreta, se non si considerano particolarmente, prima di fissarli in un quadro generale.
La paralizzazione del traffico nemico fuori Adriatico è stata impresa facile e di poco momento, rispetto a quella entro l’Adriatico; contro il traffico in questo mare, protetto da un sistema idrografico assolutamente formidabile, furono conseguiti risultati importanti ma non decisivi per mezzo dei sommergibili, operanti fra campi di mine e costiere infide, e dei motoscafi siluranti appostati nei passaggi obbligati, o penetranti arditamente nei porti chiusi.
L’impresa di Buccari ed i ripetuti attacchi a Durazzo ricordano queste ultime gesta.
I1 traffico italiano doveva esser garantito dalle incursioni di navi di superficie e dall’azione di sommergibili avversari, i quali ultimi operavano di massima fuori Adriatico.
La flotta austriaca aveva su quella italiana degli inestimabili vantaggi: aveva obbiettivi facili contro cui operare; la scelta del momento a lei propizio; la possibilità di occultare i propri movimenti con navigazioni sicure fra i canali dalmati; una ottima distribuzione delle basi naturalmente protette contro una infelicissima costa aperta italiana, senza rifugi intermedi fra gli estremi di Brindisi e di Venezia. In tal modo le navi austriache potevano tentare incursioni, e ritirarsi nei porti, prima che le nostre unita avessero la materiale possibilità di sopraggiungere. Queste condizioni resero necessaria da parte dell’Italia una sorveglianza senza, tregua, durata ininterrottamente per 41 mesi, per mare, sott’acqua e per aria; un turno di approntamento del proprio naviglio affaticante e logorante, che diminuiva il valore della prevalenza numerica sulla flotta nemica, ed infine accuratissime predisposizioni di largo appoggio ad ogni operazione navale. Così solo alle navi italiane fu possibile ingaggiare tempestivamente combattimento con quelle austriache il 29 dicembre 1915, ed il 15 maggio 1917 nel Basso Adriatico, costringendole a ritirarsi malconcie nei loro porti; senza contare tutti gli inseguimenti nei quali il contatto tattico serrato fu potuto evitare dal nemico, con una rapida ritirata.
L’esempio tipico del frutto della vigilanza italiana è dato dallo scontro di Premuda. Per la prima volta dopo il bombardamento contro la città indifesa di Ancona del 24 maggio 1915, la flotta austriaca usciva con le navi di grosso tonnellaggio dai protetti porti per tentare un attacco alle forze leggiere italiane, dislocate nel Canale d’Otranto a sorveglianza del passaggio. All’alba del 10 giugno 1918, le due navi da battaglia «Santo Stefano» e «Tegetthoft» scortate da sette siluranti, furono assalite da due motoscafi italiani facenti parte del servizio di vigilanza. La «Santo Stefano» silurata colò a fondo e l’azione austriaca fu sospesa.
Per contro quasi tutte le operazioni tentate dagli Italiani ebbero felice successo, date le precauzioni usate e la maestria data nell’applicarle. Fu salvato l’Esercito serbo, di ben 185.000 uomini, imbarcandolo dalla costa albanese presso le basi avversarie, senza perdere neppure una vita, nonostante le insidie subacquee poste in atto dal nemico. In questo periodo, che corse fra il dicembre 1915 ed il febbraio 1916, il Comando navale italiano organizzò 1159 crociere impiegandovi anche navi da battaglia, e in 202 viaggi provvide al trasporto di quell’Esercito non più organizzato, durante il doloroso abbandono della Patria. Contemporaneamente fu dislocato un intero Corpo di spedizione italiano in Albania ed uno in Macedonia (Salonicco), che costituirono i due fronti oltremare, e richiesero in totale il trasporto di 750.000 uomini e più di mezzo milione di tonnellate di rifornimenti. Si ebbero in questo periodo solo 13 affondamenti cagionati da mine e sommergibili in 3100 viaggi.
Il 2 ottobre 1918 fu bombardato ad oltranza Durazzo con le navi da battaglia. Nel 1918 stesso fu compiuto lo sbarramento del Canale di Otranto, colossale operazione nautico-militare. E non si accenna a tutte le altre imprese di minor conto, alle operazioni di affondamento di torpedini presso la costa avversaria, all’aiuto da mare all’ala destra dell’Esercito operante sul basso Isonzo prima, e basso Piave dopo. Non è da passare sotto silenzio a questo proposito l‘eroico attacco di due MAS sotto Cortellazzo, condotto in pieno giorno il 16 novembre 1917, contro due corazzate e 11 torpediniere, quando il nemico imbaldanzito per il nostro regresso dal fronte, credette facile l’uscita delle sue navi in appoggio alle proprie truppe. In quella ritirata, ai primi del novembre 1917, la Marina italiana riuscì a salvare il suo materiale dalle zone da abbandonare (Grado e Monfalcone), e costituì sul basso Piave una fierissima resistenza con i suoi uomini ed i suoi mezzi, che riuscì a salvare Venezia. Questi marinai con artiglierie fisse e mobili su barconi, spostabili nei canali lagunari, furono organizzati in una Brigata Marina di 8000 nomini circa; essa costituì l’estremo destro del fronte dell’Esercito schierato sul Piave.
Ma in verità lo spirito aggressivo dei marinai d’Italia non poteva rimanere soddisfatto delle poche occasioni di incontro col nemico, il quale ben poco si mostrava in mare, e quando lo faceva, invariabilmente, all’apparire dei fumi delle navi italiane all’orizzonte, prendeva rapida caccia: vi era nei Capi e nei gregari il desiderio e la volontà di abbattere la forza nemica ovunque si trovasse, anche nei suoi porti. Una bella serie di eroismi illustra queste imprese che hanno del leggendario: il 28 maggio 1916 la torpediniera «24 OS» entra nel porto di Trieste; il 12 giugno il cacciatorpediniere Zeffiro» in quello di Parenzo; il 2 novembre un MAS percorre tutta la rada di Fasana dopo averne scavalcate le ostruzioni e lancia due siluri contro la corazzata austriaca «Mars»; i1 10 dicembre 1917 due MAS penetrano nel porto di Trieste ed affondano la corazzata austriaca a «Wien»; l’11 febbraio tre MAS percorrono tutto il Canale della Farasina penetrando nella baia di Buccari; il 14 maggio 1918 un MAS tenta lo scavalcamento delle ostruzioni di Pola, ma è scoperto sull’ultima ed è affondato dal suo equipaggio; il 1° novembre due eroi penetrano a nuoto in Pola e fanno saltare in aria la nave da battaglia «Viribus Unitis ». Altre operazioni simili erano già pronte all’atto dell’armistizio in tutti i particolari, ed avrebbero portato come frutto la completa distruzione della flotta avversaria. Tanto forte era nella Marinai italiana il sentimento della vittoria che essa la cercava ad ogni costo, anche se il nemico rifiutava costantemente la lotta in mare aperto.

Grandiosa è stata questa lotta contro la flotta avversaria di superficie, ma più difficile e più ardua fu quella contro il naviglio austro-tedesco subacqueo che insidiava le vie del traffico. L’impegno che la Marina italiana doveva assumersi, cioè di mantenere i rifornimenti al proprio Paese, senza i quali la guerra al fronte terrestre sarebbe fallita, rese la lotta senza quartiere. I piroscafi furono convogliati, armati con cannoni, muniti di stazione radiotelegrafica, scortati da torpediniere, navi pattuglia, da MAS, da velivoli. Lungo le coste furono istituiti posti di rifugio, protetti da batterie ed ostruzioni; la caccia ai sommergibili fu studiata ed applicata con apparecchi idrofonici, con attacchi di squadriglie intere di MAS muniti di bombe, regolate per scoppiare in profondità, con costante vigilanza aerea. La Marina italiana volle anche in questa nuova lotta colpire l’avversario nelle sue basi, ove si riforniva e si riposava, con bombardamenti aerei incessanti ed incalzanti; alla fine della guerra era contemplato l’impiego di tre formidabili centri aeronautici, uno contro Pola, uno contro Sebenico ed uno contro Cattaro. Ma l’opera più grandiosa fu la messa a posto, nei primi mesi del 1918, dello sbarramento retale del Canale di Otranto che doveva impedire ai sommergibili nemici il passaggio dall’Adriatico in Mediterraneo. Furono ben 66 chilometri di rete, munita di bombe esplosive, ancorata con blocchi di cemento in fondali di 1000 metri, sostenuta da boe; gli elementi della rete erano alti 60 metri, e scendevano da 10 metri sott’acqua fino a 70. Questo sistema fisso di chiusura del Canale era protetto da una organizzazione di difesa mobile, costituita da drifters (navi peschereccie a vapore) con reti antisommergibili, da aerei vigilanti dall’alto, da motoscafi, da vedette in mare ed in terra, da stazioni, di ascoltazione subacquea, e radiotelegrafiche per la rapida comunicazione degli avvistamenti.

Il risultato dell’opera multiforme, avveduta, costante, paziente ed eroica della Marina italiana, alla quale furono aggregate alcune unità leggere (esploratori e siluranti), qualche sommergibile ed apparecchi aerei degli Alleati (Francia, Inghilterra), fu la completa vittoria sull’avversario: la resa della flotta austriaca. Essa nel corso della guerra aveva perduto: 3 navi da battaglia, 6 siluranti, 11 sommergibili e 27 navi minori ed ausiliarie per un dislocamento complessivo di 100.000 tonnellate, I patti di armistizio firmati il 3 novembre a Villa Giusti, dopo l’affondamento della «Viribus Unitis» a Pola avvenuto nella notte dal 31 ottobre al 1° novembre, imponevano la consegna delle navi vinte agli alleati, ed i delegati austriaci non sollevarono obiezioni.

Fu detto in seguito che alla firma dell’armistizio la flotta degli Asburgo non era più austriaca ma ceduta alla Jugoslavia. Uno strano Comitato aveva il 30 ottobre effettuato la consegna. Ma la flotta austriaca era stata durante la guerra la naturale avversaria di quella italiana, e questo passaggio alla Jugoslavia, nazione allora non ancora costituita né riconosciuta, che non aveva confini né organizzazione, che non sapeva neppure in seno del suo Comitato reggente, qual sorte il Congresso della pace le avrebbe accordato, non, era una vergognosa mistificazione? Potevano quattro anni di guerra concludersi con una ritirata così indecorosa, come il cambio della bandiera, nel giorno della sconfitta? In verità l’onore delle armi italiane, ed anche quello delle armi austriache, non lo permetteva; tanto è vero che gli stessi delegati austriaci a Villa Giusti non osarono farne cenno a quelli italiani, ed ufficialmente sottoscrissero la resa, certo più onorevole del misconoscimento della bandiera sotto la quale le navi avevano combattuto.

Non è da dimenticare che nel corso dell’applicazione dei patti di armistizio molte furono le difficoltà incontrate dall’Italia, per tale avvenimento senza precedenti; ma il suo buon diritto prevalse, e la flotta austriaca ammainò la bandiera jugoslava che non era stata riconosciuta da alcuno e veniva presa in consegna dagli alleati; una parte entrò in Venezia il 26 marzo 1919 quale trofeo della incontestabile vittoria ottenuta dalla Marina italiana.

Ogni vittoria è frutto di sacrifici senza pari e di intenso lavoro, e la vittoria italiana sul mare può essere illustrata dai dati dell’attività della flotta, che in realtà mostrano che essa, nonostante il limitato teatro marittimo nel quale operava, ed in paragone con il numero delle unità disponibili, fu nella guerra mondiale la più operosa.
Le missioni eseguite, senza calcolare l’attività della flotta mercantile, furono 86.000 con 815.000 ore di moto, durante le quali furono percorsi 25.000.000 di miglia marine (in media, ogni giorno un intero giro del globo terrestre per circolo massimo!). La percentuale del tempo passato nei porti fu del 31% per le unità di scorta, 42% per le siluranti, 85% per i sottomarini; ma tale tempo comprende i periodi necessari ai lavori, al riposo e il periodo di «pronti a muovere» al primo accenno di presenza del nemico in mare; il quale ultimo fu complessivamente di 1.400.000 ore, e sottopose gli equipaggi ad un lavoro intenso, come quello occorrente nelle crociere al largo.
E nel mentre la guerra perdurava, l’usura del naviglio operante con tanta attività richiedeva la disponibilità di nuovi mezzi; nel corso delle ostilità furono approntata e costruite: una nave da battaglia, 64 siluranti, 57 sommergibili, 210 navi minori e sussidiarie, 250 MAS per un dislocamento complessivo di 76.000 tonnellate; senza contare 1700 idrovolanti, 40 dirigibili, 12 treni armati per la difesa della costiera Adriatica, e tutto il materiale guerresco, come mine, ostruzioni, cannoni, siluri, ecc., ecc.

La guerra in Adriatico della Marina italiana è poco nota perché in essa non si verificò il classico urto fra le squadre da battaglia, che sembra debba con il fragore delle sue cannonate richiamare l’attenzione generale. La Marina fu detta perciò la «silenziosa» perché, pur essendo in ogni istante pronta a questa battaglia, ha saputo anche senza di essa, infliggere egualmente all’avversario gravi danni, ed ha saputo raggiungere gli scopi della guerra con l’immane lavoro qui sommariamente descritto; e si pensi ch’essa fu insieme con quella inglese l’unica, tra quelle alleate, che avessero un vero nemico organizzato da fronteggiare, in uno scacchiere di guerra nel quale le condizioni strategiche, geografiche ed idrografiche, erano tutte a vantaggio dell’Austria. L’aver saputo sormontare e vincere, con un numero di unirà che solo come numero era superiore a quello dell’avversario, poiché di fatto esse dovevano esser dislocate in più basi ed erano soggette al diuturno servizio di vigilanza e di approntamento, è un vero titolo di merito, che va sinceramente riconosciuto dalla nazione, ed in ispecie dalla gioventù che alla virtù dei padri si ispira per il raggiungimento delle nobili finalità della stirpe italica.

Serie I. — L’ ITALIA E L’ AUSTRIA DI FRONTE.

Le guerre di indipendenza italiana si sono svolte principalmente contro l’Austria, che teneva, direttamente o indirettamente, in soggezione la maggior parte dei territori irredenti.  Si può dire che con l’effettuata riunione delle varie provincie l’unità d’Italia sia un

Capitolo I

fatto compiuto; ma l’Italia è un paese che, per la sua posizione geografica e per la deficienza delle materie prime ricavabili dal proprio suolo, ha bisogno assoluto del mare; e quindi gli italiani, volgendo costantemente ad esso il pensiero, debbono considerare che, pur raggiunta l’unità della Patria, non sono ancora risolti tutti i problemi nazionali.  

L’ultima guerra (1915 – 1918) contro l’Austria, oltre che la liberazione di Trento e Trieste, aveva anche un obbiettivo marittimo in Adriatico: ma finché il sistema strategico attuale non verrà modificato a nostro vantaggio, l’Adriatico non potrà chiamarsi Mare nostrum.

E’ ben vero che la vittoria della Marina italiana portò al disfacimento delle forze navali avversarie, ed alla occupazione dei territori necessari per la valorizzazione del predominio italiano in tal mare, ma, per effetto di sfortunate trattative diplomatiche e deficienti valutazioni politiche, l’Italia non è stata in grado di mantenere quelle occupazioni che per tradizioni, cultura e storia risultano su territorio italiano di diritto.  

La cartolina N. 1 mostra le nostre condizioni strategiche all’inizio della guerra; coste italiane nude e senza rifugi con le sole due basi di Brindisi e Venezia (bandiere tricolori), distanti fra loro miglia marine 380 ossia circa 700 km, mentre le coste austriache erano protette da una serie di isole, tra grandi e piccole un centinaio, dietro alle quali si trovavano ben sette basi (bandiere a righe orizzontali) naturalmente difese.

Purtroppo, malgrado la vittoria, le condizioni strategiche in Adriatico (cartolina N. 6) non sono che parzialmente migliorate nell’Alto Adriatico, ma nel Medio e Basso sono rimaste quelle di prima, anzi, se si tien conto dei nuovi raggruppamenti di potenze, sono peggiorate. Questa situazione è tanto più dolorosa se la si paragona con quella che avremmo avuto diritto di pretendere in seguito alle occupazioni fatte dalla Marina prima dell’armistizio del 4 novembre e nei giorni immediatamente seguenti (cartolina N. 5), con le quali venivano salvaguardati i diritti dell’Italia, ponendola nelle condizioni più agevoli per pretendere il vero, assoluto e confacente diritto dell’Adriatico.

La cartolina N. 2 offre il modo di paragonare le forze, delle due flotte combattenti, all’inizio delle ostilità; si scorge subito una leggera superiorità in quella italiana per quasi tutti i tipi di navi.

Ma tale prevalenza non deve offrire campo a giudizi assolutistici; se si tiene presente la cartolina N. 1 si vede subito che l’Italia doveva mantenere le sue forze divise fra Venezia, Brindisi e Taranto (a Taranto il grosso perché gli adattamenti portuali in Adriatico non erano sufficienti); mentre l’Austria poteva muovere le proprie navi al coperto, dietro le isole, fra Pola e Cattaro senza pericolo alcuno, e quindi nascostamente riunirle a suo piacere. 

D’altra parte alla Marina italiana era necessario tenere costantemente parte delle sue forze in mare per vigilare le mosse del nemico, che poteva attaccare le coste in qualsiasi punto; mentre per noi, specialmente per ragioni politico-sentimentali (azioni di guerra contro territori con forti nuclei di popolazione italiana), gli obbiettivi erano limitati. Ciò portava ad un logorio del nostro naviglio ed all’impiego costante in mare di una parte di esso, e quindi ad una minore disponibilità in caso di attacco avversario. Ciò nulla meno la Marina italiana ha vinto: e la fine della flotta austriaca è brevemente documentata dalle cartoline: N. 3, nella quale è stigmatizzato l’indegno trucco della cessione della flotta alla Jugoslavia; N. 4, in cui sono elencate le navi austriache incorporate nella nostra flotta; e N. 7, che ricorda la trionfale entrata delle navi austriache in Venezia il 26 marzo 1919, considerate come trofeo di guerra.

Serie II — I TIPI DI NAVI 

Nelle sei cartoline della serie sono schematicamente disegnati i principali tipi di navi, ed è descritta l’attività di queste durante la guerra. Occorre però ricordare che le proporzioni di grandezza dei tipi, nelle diverse cartoline, non è aumentata, per evidenti ragioni di spazio. Il termine di paragone per le navi (in riguardo alla grandezza) è il tonnellaggio.  
Le navi da battaglia (cartolina N.1) hanno un tonnellaggio di circa 22.000 tonnellate; ve ne sono anche da 12.000 e da 15.000, ma queste nell’ultima guerra, rappresentavano ormai un tipo non del tutto moderno; le navi da battaglia portano cannoni molto potenti di grosso calibro in torri corazzate (calibro 305 millimetri), ed artiglierie di medio calibro (calibro 152 0 120 millimetri) per sparare contro le navi minori più veloci o meno protette; inoltre hanno una forte corazzatura in piastre di acciaio, e sono condotte da un equipaggio che si aggira sui l000 uomini. Nella cartolina si vede la figura schematica verticale e, la proiezione orizzontale: in verde sono le parti corazzate. 
Gli esploratori, della cartolina N. 2, sono navi da 3000 a 5000 tonnellate, poco protette, con cannoni leggeri (calibro in generale 152 millimetri) ma molto veloci, equipaggiate da 250 a 400 uomini. I cacciatorpediniere hanno pochi cannoni (calibro 102 o 76 millimetri) alta velocità, tubi speciali per lanciare siluri che possono percorrere per proprio conto, appena lasciati liberi, da 6000 a 10.000 metri; i siluri hanno tanto esplosivo da fare affondare una nave corazzata; oggigiorno si studiano modificazioni alla carena delle navi appunto per limitare gli effetti distruttori di queste armi.  
I cacciatorpediniere hanno un tonnellaggio da 700 a 1400 tonnellate ed un equipaggio da 70 a 140 uomini. Le torpediniere sono simili ai precedenti, più piccole (circa 140, 400 tonnellate) e con un equipaggio intorno ai 20-50 uomini.

La cartolina N. 3 mostra i monitori e le cannoniere, e spiega la necessità di queste navi, che dovevano operare presso le coste e quindi avere minima la parte immersa dello scafo. Esse possono considerarsi come vere batterie galleggianti, quindi la velocità è limitatissima, e talvolta anzi sono senza macchine motrici ma vengono rimorchiate da altre navi. Interessava che portassero cannoni potentissimi o cannoni adatti a speciali impieghi per operare nei canali o nelle lagune del fronte.I monitori possedevano una torre corazzata con cannoni da 381 millimetri, le cannoniere artiglierie di calibri diversi.  

La cartolina N. 4 mostra un sommergibile, nave adatta a navigare sott’acqua; esso può scendere fino a (30, 70 metri sotto la superficie, ma in tal caso è cieco; regola il suo moto con la bussola e la sua manovra guerresca con l’ascoltazione dei rumori per mezzo di speciali strumenti idrofonici. Ma per compiere l’attacco contro il nemico occorre che faccia sporgere i periscopi, tubi con speciali sistemi lenticolari, nel qual caso il suo scafo si può trovare al massimo 6 o 8 metri sott’acqua. E’ armato di siluri, ha anche uno o due cannoni di piccolo calibro, velocità molto limitata sott’acqua (da 5 e 7 miglia all’ora), un po’ più elevata sopra acqua (da 10 a 14 miglia); nel primo caso si muove per mezzo di motori elettrici, nel secondo di motori a scoppio. Il tonnellaggio varia da 400 a 1200 tonnellate (i tedeschi ne avevano anche da 2500), e l’equipaggio da 20 a 50 uomini.  

La cartolina N. 5 presenta tre disegni di MAS (motoscafi antisommergibili). I primi costruiti erano da 12 tonnellate, armati con siluri, o con un cannone; ideazione completamente italiana, dovevano servire come scorta ad altre navi o come unità siluranti che operavano di sorpresa. Per meglio rispondere a questo scopo ebbero oltre ai motori a scoppio anche motori silenziosi elettrici; con tali caratteristiche, con la loro piccolezza, e con un equipaggio limitato ad 8 o 10 persone ebbero un impiego larghissimo durante la guerra. I MAS da scorta, armati di cannone, giacché dovevano provvedere alla scorta in alto mare dei convogli di piroscafi, ebbero un tonnellaggio maggiore; ve ne furono da 19 e da 40 tonnellate, questi ultimi armati con cannoni da 76 millimetri, con speciali bombe antisommergibili e sistemi idrofonici di ascoltazione subacquea per la scoperta degli insidiatori nemici invisibili.

Infinita è la varietà dei tipi e dei tonnellaggi delle navi rappresentate dalla cartolina N. 6. Vanno dal modesto rimorchiatore al grosso piroscafo da carico per il trasporto del carbone; ma fra esse vi fu una serie che per la prima volta comparve fra il naviglio della guerra; si trattava di navi da pesca a, vapore, che furono acquistate all’estero e poi costruite appositamente anche presso i nostri arsenali; esse erano adibite al rastrellamento delle mine con reti o draganti speciali, ed alla caccia ai sommergibili, anche in questo caso con sistemi di reti a strascico. Queste specie di navi, a seconda del tipo di rete usata nel loro primitivo impiego (generalmente pesca dei merluzzi nel Mare del Nord) erano chiamate trawels, chalutiers, drifters; tali denominazioni si innestarono anche nella nostra nomenclatura corrente, ma è più opportuno chiamarli dragamine e vedette, secondo il vero loro impiego bellico.

Nota: Il tonnellaggio espresso in tonnellate rappresenta il peso dell’acqua spostata dalla nave. Nelle unità mercantili si fa distinzione fra questo tonnellaggio a nave scarica e quello a nave carica; la differenza naturalmente indica il peso della merce che  può essere imbarcata. 

Serie III — SVILUPPO DELLA EFFICIENZA DELLA MARINA DURANTE LA GUERRA

Per quanto una Nazione sia ben preparata alla guerra è indubbio che le sue organizzazioni non sono mantenute, nel periodo di pace, sullo stesso piede di sviluppo necessario allo svolgersi delle operazioni guerresche. D’altronde le guerre presentano sempre necessità nuove ed impreviste per le quali occorre provvedere nel corso del conflitto. Ciò è tanto più appariscente quanto più la guerra è lunga. La Marina italiana, pur essendo pronta ad entrare nella lotta nel maggio 1915, ebbe bisogno di accrescere il suo organismo per provvedere a tutte le necessità ed ai consumi inevitabili di materiali, di uomini e di armi. Quindi si ebbe quel largo sviluppo delle industrie di guerra, quell’approntamento di sistemazioni colossali, quel graduale richiamo di uomini che dovevano rendere la difesa sempre più valida e l’offesa sempre più pronta.

Nella cartolina N. 1 sono elencate le grandi organizzazioni sorte nel corso della guerra; molte di esse sono illustrate più ampiamente in serie ed in cartoline speciali, ma un quadro riassuntivo è necessario per poterle ricordare con maggiore precisione.  Lo sviluppo delle navi, dato dalla cartolina N. 2, illustra per mezzo di un diagramma (che ha per indici il tonnellaggio ed il tempo), gli aumenti e diminuzioni, queste ultime causate dagli inevitabili rischi della guerra; la cartolina N. 3 dà una sintetica idea delle principali difese costiere attuate; se si tolgono alcune batterie fisse delle principali piazze, come Venezia, Brindisi, Taranto, Messina, Spezia, Maddalena, tutto il resto fu posto in opera durante la guerra. E’ rimarchevole il numero delle batterie impiantate fuori Adriatico per proteggere il cammino costiero delle navi da commercio adibite al trasporto dei rifornimenti, e così pure l’enorme impiego di mine fatto da noi e dal nemico. Qualche meraviglia può forse arrecare la cartolina N. 4, nella quale si scorge che la Marina aveva ragguardevoli mezzi anche sul lago di Garda, le cui sponde dell’ansa settentrionale, com’è noto, erano in mano austriaca. I marinai avevano posto anche cannoni di grosso calibro sulle alte vette dei monti, avevano una rete di vigilanza, e una piccola squadriglia navale composta da motoscafi, piccole torpediniere e vaporetti. Si può a questo proposito ricordare che il 3 novembre 1918, insieme con i reparti di cavalleria, entrarono a Trento per primi i marinai, con una batteria antiaerea del Garda su autocarri.

La cartolina N. 5 illustra schematicamente lo sviluppo delle artiglierie; non va passato sotto silenzio che in varie epoche, specialmente in quelle di crisi di materie prime, la Marina fraternamente diede cannoni all’Esercito, adibendovi anche in parte il proprio personale. Maggiore interesse offre la cartolina N. 6; le opere di pubblica utilità sopravvissero alla guerra; esse sia che si riferiscano a lavori portuali (escavazione del fondo, banchinamento, dighe, ecc.) sia a canali di navigazione, specialmente nella regione veneta delle lagune, sia ad acquedotti, bonifiche, strade, sistemi di comunicazione, risultano di interesse sociale; ed i benefici effetti si godono anche oggi.  

Le ultime tre cartoline della serie si illustrano da sé; ma è bene fissare l’attenzione della 7a perché lo sviluppo della rete radiotelegrafica, fuori dell’Adriatico, costituiva un mezzo di lotta contro i sommergibili nemici, giacche gli avvistamenti di essi, o gli avvisi delle navi in pericolo, venivano subito raccolti e davano modo di predisporre i mezzi per la caccia agli insidiatori o il salvataggio dei pericolanti.

Serie IV — I GRANDI AVVENIMENTI

Benché la classica battaglia navale non sia avvenuta, la Marina italiana può vantare numerose azioni ed episodi che escono dall’ordinario andamento della guerra navale (la quale si svolgeva con il costante impiego delle navi in crociere di vigilanza e di sorveglianza): azioni piccole in sé ma colossali nell’insieme perché ripetute con perseverante continuità. E la grandezza appare dall’eroismo di coloro che le hanno compiute, sotto la preparazione degli avveduti Capi. Il carattere specifico di queste azioni episodi che consiste in ciò: che non uscendo la flotta nemica dai suoi porti ben difesi, i marinai d’Italia vollero attaccarla in essi stessi; e mettendo a profitto contemporaneamente virtù grandissime di prudenza e di temerità riuscirono a penetrare, non visti e non uditi, nelle acque chiuse da sbarramento di reti e mine, vigilate da sentinelle, e ad affondare le unità avversarie. Non sempre la fortuna assecondò tanto eroismo, ma anche in questo caso l’animo dei marinai non venne meno. Sopra tutti gli altri, due di questi avvenimenti assurgono ad una grandiosità assolutamente rimarchevole, quanto qualsiasi battaglia navale in grande stile, e provocarono effetti forse anche maggiori; e cioè il salvataggio dell’esercito serbo e l’azione di Premuda.

Il primo, illustrato nella cartolina N. 8, rispecchia lo sforzo compiuto per trarre in salvo 185.000 serbi, ridotti in pietosissime condizioni dopo tre mesi di lotte, di ritirate e di fiere privazioni, sostenute prima di lasciare la Patria. Essi furono imbarcati sulla costa albanese presso le basi navali nemiche, e qualsiasi azione avversaria fu ricacciata dalle preventive disposizioni prese. Prima dell’imbarco delle truppe, occorse provvedere al loro vettovagliamento; l’operazione si iniziò nel Novembre 1915 e si protrasse fino all’aprile del 1916.
La buona riuscita di questa operazione non può che riempirci d’orgoglio, e non va mai dimenticata, perché qualche nazione, a noi allora alleata, come la Francia, e che vi concorse con qualche nave, ma sempre sotto il comando italiano, ha tentato e tenta di annoverarla fra le proprie glorie; il che non è assolutamente vero.
 
Le cartoline 12 e 13 illustrano il fatto di Premuda; il siluramento di una delle più grandi navi nemiche, quando per la prima volta la squadra da battaglia austriaca dopo 36 mesi di inazione usciva in mare, dimostra lampantemente che il servizio di vigilanza italiano era davvero costante, attento e continuo. Quindi questa azione non rappresenta un colpo fortunato, ma è la conseguenza di una preparazione assidua e di una educazione militare e navale senza confronto. Sulle navi austriache che avevano preso il mare, per portare l’offesa contro il nostro sbarramento del canale d’Otranto, erano stati imbarcati degli operatori fotografici e cinematografici; essi non poterono ritrarre che laffondamento della S. Stefano, ed una delle loro fotografie, da noi ricuperata dopo l’occupazione di Pola, è riprodotta nella cartolina N. 13. La S. Stefano era una grande corazzata da 20.000 tonnellate e con 1000 uomini di equipaggio.

La cartolina N. 2 ha uno speciale interesse; in essa sono notati i principali scontri navali, in generale fra esploratori, cacciatorpediniere e torpediniere. Tutte queste azioni ebbero luogo per l’immediato accorrere delle nostre unità in crociera, o pronte a muovere nei porti; ed è da notarsi che il nemico non ricercava mai l’urto decisivo, usciva solo per azioni di sorpresa contro le nostre coste indifese o contro nostri nuclei che sapeva assolutamente inferiori di forze, giacché al sopraggiungere dei nostri reparti di rincalzo prendeva subito la via della ritirata. Perciò non poté che raramente aversi una azione in qualche modo concludente.

Serie V — ATTIVITA’ DELLA MARINA

Questa serie riporta alcuni dati statistici che compendiano la diuturna attività delle navi.
Le cifre in sé danno già un’idea dell’infinita serie delle crociere, ma occorre anche pensare ch’esse erano compiute attraverso specchi d’acqua minati ed infestati da sommergibili od altri agguati. Bisogna tener presente che una nave in mare, in servizio di vigilanza, o per qualsiasi azione, si può paragonare ad una pattuglia di soldati che va a riconoscere le trincee nemiche uscendo dalle proprie; a ciò si aggiunge che le navigazioni non erano interrotte anche con il cattivo tempo, che per certo riusciva oltremodo tormentoso per i piccoli scafi, i quali condotti da uomini dalla volontà ferrea, continuavano egualmente per notti e giorni a solcare le onde.
 
La cartolina N. 2 merita di essere illustrata in modo speciale; le poche cifre riportate sono assai significative. Quando si pensa che le navi stettero in mare, esposte ai rischi ed ai pericoli sommariamente esposti, per oltre un milione e ottocentomila ore, si comprende come la Marina debba sentirsi fiera dello sforzo silenzioso compiuto durante la guerra.
 
La cartolina N. 5 dà la nota delle unità nemiche affondate; considerando che esse normalmente navigavano entro i canali protetti delle coste dalmate, ove le nostre unità non potevano penetrare, e che ben raramente uscivano in mare aperto, i risultati si debbono ritenere considerevoli. Delle navi, nemiche solo i sommergibili spiegarono un’intensa attività, e, benché la caccia a questi fosse difficilissima, ben 11 furono quelli distrutti, dei quali alcuni da noi ricuperati, e poscia riattati e posti a prestar servizio con le nostre unità.
 
Nota: Il miglio marino è di 1852 metri.

L’articolo prosegue con la seconda parte.

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